Oscurato nelle cronache internazionali da quanto accade in aree strategicamente, conflittualmente e militarmente ben più “calde”, il Kosovo sembra “passato di moda” nei mass media e nei pensieri della diplomazia internazionale.
Tuttavia, solo in parte sono superate la cause che hanno portato alla destabilizzazione di quell’area ed è ancora lontano il raggiungimento di standard qualitativi di vita (sociali, economici, ecc.) accettabili.
Allo stesso tempo il Kosovo corre il serio rischio di diventare una regione monoetnica albanese che non riesce a superare le tensioni con la popolazione di etnia serba (ancora emarginata e confinata nelle enclave sotto il controllo militare della KFOR).
Il pericolo è che l’intervento armato della NATO nel 1999 abbia fermato una pulizia etnica ma ne abbia poi favorito un’altra, sostituendo semplicemente i ruoli.
La stabilità della provincia (con meno di 2.000.000 di abitanti) per la quale i partiti di etnia albanese reclamano l’indipendenza, ora sotto amministrazione ONU, è assicurata da un contingente di oltre 30.000 militari (KFOR) e forze di polizia (UNMIK police) multinazionale.
Per questo, Fare Verde è impegnata con i propri volontari in iniziative a sostegno delle nuove generazioni. Iniziative mirate, in modo particolare, a favorire l'interazione e la pacifica convivenza tra le etnie serba e albanese.
Tra le iniziative di Fare Verde, "Italia-Kosovo, non solo vacanza" è quella più importante. Nel mese di agosto, bambini di etnia serba e albanese hanno la possibilità di passare un periodo insieme al mare, impegnati in attività di socializzazione e integrazione interetnica. L'iniziativa è partita nel 1999 e si svolge in collaborazione con ASI Ciao.
Come siamo arrivati in Kosovo.Molti ci hanno chiesto che ci fa un’associazione di volontariato ambientale nei Balcani? Volontariato… e non solo ambientale.
Tutto è iniziato nel 1999 in un campo profughi in Albania, dove serviva qualcuno per gestire la nettezza urbana di campo Kavaje, ovvero organizzare e fare la raccolta dei rifiuti prodotti in un campo che accoglieva oltre 5500 profughi delle pulizie etniche e della guerra in Kosovo.
Chi poteva svolgerlo se non i volontari di Fare Verde, già avvezzi a raccogliere rifiuti sulle spiagge, nei boschi, nelle periferie urbane e in tanti altri luoghi sperduti d’Italia?
L’attività di netturbini volontari ci ha consentito di conoscere altri volontari italiani ma anche tanti giovani kosovari con alle spalle storie di discriminazione e sofferenza ma anche con tanta voglia di miglioramento e di conoscere il mondo al di fuori di confini che non avevano mai varcato.
Alla fine della guerra il ritorno a casa in massa dei profughi confermava l’attaccamento dei Kosovari verso la propria terra ma non interrompeva i legami creatisi tra italiani e Kosovari. Ma l’emergenza non era finita con la guerra.
Per Fare Verde il volontariato è stile di vita non immagine. Non ci piace lasciare i discorsi, i lavori a metà: il lavoro iniziato a Kavaje non era certo concluso con la fine della guerra. Soprattutto non ci si può dire amico di chi è in difficoltà, di chi sta ricostruendo il proprio futuro partendo con anni di ritardo, rimanendo indifferenti.
Dopo un primo viaggio esplorativo nei primissimi giorni di dicembre del 99, ci siamo resi conto che la situazione in Kosovo era lungi dall’essere risolta con la fine della guerra.
Dalla riflessione all’impegno, il passo è stato breve: sperimentare le potenzialità di intervento di un autentico volontariato laddove non era mai arrivato e dove spesso la cooperazione non è stata certo un esempio di trasparenza degli scopi e corretta gestione dei fondi è stato l' ambizioso obbiettivo che ci siamo posti, funzionando da snodo di una rete di volontari appartenenti alle più diverse realtà accomunati dal non voler dimenticare ciò e chi avevamo conosciuto in Albania.
Pagina pubblicata il 21-03-2000
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