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OCSE: catastrofe ecologica entro il 2050 senza politiche ambientali efficaci

 

Questa volta è addirittura l’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico a lanciare l’allarme. L’OCSE rappresenta 34 paesi “sviluppati” caratterizzati da economie di mercato, propone una improbabile “crescita verde”, eppure non può fare a meno di prendere atto che l’attuale modello di crescita e la gestione inadeguata delle risorse naturali stanno compromettendo il futuro dell’umanità.

Il rapporto pubblicato ieri si chiama “the consequences of inaction”, basato sui modelli elaborati con l’ Agenzia di Valutazione Ambientale dei Paesi Bassi, illustra le conseguenze di una mancata azione in quattro settori chiave: cambiamenti climatici, biodiversità, acqua e salute.

L’OCSE si preoccupa non solo della riduzione del benessere umano, ma anche degli spaventosi costi economici generati dalla mancanza di politiche ambientali adeguate alle sfide che abbiamo di fronte a noi.

Un aumento del 50% delle emissioni di gas a effetto serra con il conseguente peggioramento della qualità dell’aria nelle città e della salute dei cittadini; scarsità d’acqua per 2,3 miliardi di persone in più e una diminuzione del 10% della biodiversità terrestre a livello mondiale. Per l’OCSE sarà così il nostro Pianeta al 2050, se i Governi non decidono di cambiare rotta attuando politiche più “verdi”.

“Con una popolazione di 7 miliardi di euro, il mondo al 2012 si trova ad affrontare sfide economiche e sociali molto complesse”, spiega Angel Gurri’a, segretario generale dell’OCSE.

Se non interverranno cambiamenti sostanziali per quanto riguarda il mix energetico, “i combustibili fossili forniranno circa l’85% della domanda di energia nel 2050 – aggiunge – il che implica un aumento del 50% delle emissioni di gas a effetto serra e il peggioramento dell’inquinamento dell’aria urbana. L’impatto sulla qualità di vita dei nostri cittadini sarebbe disastroso”.

Secondo le allarmanti proiezioni del rapporto, entro il 2050, la popolazione del Pianeta dovrebbe passare da 7 a oltre 9 miliardi di abitanti e si prevede che quasi il 70% della popolazione mondiale sarà composta da residenti urbani, contribuendo così ad accentuare inquinamento atmosferico, congestione dei trasporti e gestione dei rifiuti.

Il livello dell’inquinamento atmosferico potrebbe diventare la principale causa ambientale di mortalità prematura a livello mondiale: il numero di decessi prematuri dovuti all’esposizione al particolato potrebbe raddoppiare fino a raggiungere 3,6 milioni l’anno.

In più, all’aumento della popolazione corrisponde un aumento della domanda di energia che, in assenza di politiche più efficaci, potrebbe vedere quella fossile rappresentare una quota di circa l’85% del mix globale.

Scelta che potrebbe accentuare e rendere irreversibile il cambiamento climatico, con emissioni di gas a effetto serra globali che potrebbero registrare un aumento del 50%, principalmente ascrivibile a un innalzamento delle emissioni di Co2 legate all’energia dell’ordine del 70%.

La concentrazione atmosferica di gas serra potrebbe raggiungere 685 parti per milione (ppm) entro il 2050 causando un aumento della temperatura media globale dai 3 ai 6°C entro la fine del secolo, superando così la soglia concordata a livello internazionale di 2 ° C.

Tutto ciò contribuirà a ostacolare la capacità di adattamento delle persone e degli ecosistemi con una continua diminuzione della biodiversità fino al 10% entro il 2050, mentre la superficie delle foreste primarie potrebbe diminuire del 13%.

Le principali pressioni sull’ambiente che provocano una perdita di biodiversità comprendono i cambiamenti nell’uso del suolo (ad esempio l’agricoltura), l’espansione della silvicoltura commerciale, lo sviluppo delle infrastrutture, lo sconfinamento delle attività umane e la frammentazione degli habitat naturali, inquinamento e soprattutto cambiamenti climatici, elemento principale della perdita di biodiversità entro il 2050, seguiti dalla silvicoltura commerciale e in minore misura dalle colture bioenergetiche.

2,3 miliardi di abitanti in più rispetto ad oggi avranno difficoltà ad accedere all’acqua (oltre il 40% della popolazione mondiale) trovandosi a vivere nelle zone dei bacini fluviali colpiti da gravi problemi di stress idrico, in particolare nel Nord e nel Sud dell’Africa e nel Sud e Centro dell’Asia. Ma, allo stesso tempo, la domanda globale di acqua potrebbe aumentare del 55%.

40 anni dopo la pubblicazione del rapporto “I limiti dello sviluppo” commissionato al MIT di Boston dal Club di Roma, l’appello ecologista ad una riduzione complessiva dei consumi rimane ancora drammaticamente attuale. E, purtroppo, inascoltato.

Per approfondire: OSCE, environmental outlook to 2050. “The consequences of inaction”, sintesi in Italiano (PDF, 92 kb)

Fonte: adnkronos, 21 agosto 2012

 

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